Carta por el centenario de la “Revue Thomiste”, 11 de marzo de 1993

LETTERA DI GIOVANNI PAOLO II

Al reverendo Padre Jean-Louis Bruguès, priore provinciale di Tolosa, dell’Ordine dei Frati Predicatori.

La Provincia domenicana di Tolosa e, più ampiamente, tutto l’Ordine di san Domenico celebrano quest’anno il centenario della “Revue thomiste”, che aveva il compito di “far rivivere la filosofia cristiana”, come si augurava Leone XIII nel Breve del 12 luglio 1894. Dal 25 al 28 marzo Tolosa, “la santa e la saggia” come veniva chiamata un tempo per la stima nei confronti di san Tommaso, della facoltà di teologia e del papato, è sede di un Convegno internazionale organizzato dalla nuova équipe della rivista, con l’intento di stimolare la riflessione dei discepoli di san Tommaso e l’insieme delle ricerche filosofiche e teologiche. Questo evento costituisce anche l’occasione per ringraziare il Signore per un così grande pensatore, la cui scienza illumina la Chiesa intera: il Concilio Vaticano II lo ha presentato come un maestro per quanti si preparano al sacerdozio (cf. Optatam totius, 16) e, successivamente, nel settimo centenario della morte del “Doctor communis” il mio predecessore Paolo VI ha indirizzato a padre Vincent de Couesnongle, maestro generale dell’Ordine dei Frati Predicatori, una lettera che ancora oggi costituisce una guida di grande attualità.

Fin dalla sua comparsa, la “Revue thomiste” si è proposta “di aiutare la scienza a rimanere o a ridiventare cristiana, di aiutare gli scienziati a rimanere o a diventare credenti”, secondo l’esempio di san Tommaso, “il principe della filosofia e della teologia cattolica”, come amavano definirlo i pontefici. Per molti lettori, essa è stata e continua ad essere un pregevole strumento di lavoro e di riflessione, soprattutto quando, dinanzi a concezioni dogmatiche o ad approcci esegetici contrari alla tradizione cattolica, è necessario un lucido discernimento. Nella retrospettiva cui si accinge il Congresso, l’esame delle dispute teologiche decisive che si sono svolte nel secolo passato, porterà a constatare che, di fronte, ai maggiori problemi dell’epoca, i redattori e i collaboratori della rivista hanno portato avanti una riflessione critica e allo stesso tempo costruttiva, che ha assicurato alla “Revue thomiste” un posto di primo piano nella vita intellettuale cattolica. Saranno ricordati collaboratori illustri come Jacques Maritain o Etienne Gilson, e anche i successivi direttori che hanno saputo preservare lo spirito e le qualità della pubblicazione. Di recente, si è reso omaggio, con un numero speciale, alla personalità e all’opera di quel maestro di teologia che fu padre Marie-Michel Labourdette.

Invito oggi i Frati Predicatori, ai quali è stata affidata la redazione della rivista, e i fedeli che vogliono continuare a svolgere delle ricerche di filosofia e di teologia, a divenire degli autentici discepoli di san Tommaso, idonei alle “quaestiones disputatae” e in grado di dialogare con quanti sono lontani dalla fede e dalla Chiesa, senza che questo significhi la sostituzione di una scienza profana a questa scienza per eccellenza che è la teologia. Grazie a un’assidua frequentazione dell’opera monumentale del “Doctor angelicus”, il pensatore cristiano acquisisce un metodo rigoroso e degli strumenti concettuali che gli permettono di penetrare le profondità della Dottrina sacra e di condurre un’argomentazione atta a rendere conto dell’esistenza e della perfezione divina, nei limiti di quanto può essere compreso dalla ragione.

San Tommaso si interessava a tutto ciò che è utile per lo spirito e per l’anima: “Utilia potius quam curiosa”, ricorda il suo motto. Si sforzava incessantemente di percepire l’armonia fra la teologia, la filosofia e le scienze, e non costruiva mai una tesi a priori. La sua ricerca, sempre incompiuta, continuava ad essere un incessante dialogo, senza esclusiva, con gli autori pagani e cristiani, da cui traeva le cose migliori. Era, infatti, particolarmente attento ai diversi campi investigativi delle scienze profane. Sapeva scoprire nell’organizzazione del creato la presenza del Creatore, causa prima ed efficiente: tutto è voce che parla di Dio (cf. 1Cor 14,10). Numerose intuizioni, che dimostrano la sua attenzione per le realtà create, guidano il procedimento del “Doctor angelicus”: il mondo è il luogo in cui Dio si rivela in quanto primo agente (cf. Summa theologiae, I, q. 8, a. 1); l’uomo porta in sé l’immagine del suo Creatore, che niente può completamente alterare, e ogni scienza è un inno al Creatore.

Con i suoi articoli e i vari bollettini bibliografici, la rivista ha conservato questa apertura verso il mondo. Il teologo di oggi e il cristiano devono attenersi a questo procedimento razionale, benevolo nei confronti della realtà umana, se vogliono rendere conto della speranza che li anima. Si guarderanno così da un atteggiamento pietistico che potrebbe portare al disprezzo del mondo.

L’Aquinate invita ogni uomo a preoccuparsi continuamente della verità, perché è solo ricercandola con insistenza che si giunge alla comprensione del reale (cf. Contra Gentiles, II, 2-4) e di Colui che ne è l’autore: “et sic etiam humana mens debet semper moveri ad cognoscendum de Deo plus et plus secundum modum” (In lib. Boetii de Trinitate, q. II, a. 1). La ricerca dell’uomo, infatti, non è procedimento del puro intelletto, ma ricerca del Bene supremo, quel Bene supremo che è Dio stesso, il solo in grado di dare la felicità alla quale l’uomo aspira. Ma l’analisi razionale non basta per aderire a Cristo. Bisogna accogliere il dono della fede, opera nell’anima della grazia che Dio ci concede attraverso il velo della nostra natura umana, fino al giorno in cui, nella visione beatifica. gioiremo della conoscenza perfetta che ci renderà felici in eterno. Davanti al mistero di Dio, uno e trino, che nessuno può dimostrare, l’anima entra nel silenzio dell’adorazione e dell’amore che la porta a una comunione inesprimibile con il suo Dio.

Per il maestro abituato alla preghiera prima che allo studio, la ricerca si conclude nel cuore stesso di una vita di preghiera che rende “familiari di Dio” (Pater, 2). La coerenza dell’opera deriva da un lungo lavoro e da un lungo raccoglimento. San Tommaso, “vir evangelicus” – dice il suo biografo –, amava meditare le Scritture, contemplare la croce e Cristo presente nell’Eucaristia. Trovava anche nella Vergine Maria, verso la quale nutriva una grande devozione, il modello perfetto della docilità e dell’accoglienza del Verbo fatto carne. Seguendo l’esempio di colui che si prepara all’incontro con il suo Signore attraverso il digiuno, le penitenze e il pianto, chi cerca Dio deve procedere sul cammino della virtù e della contemplazione, necessaria ascesi per educare l’intelletto e purificare le passioni, nella fedeltà, nell’obbedienza e “secondo il significato della Chiesa” (Dei Verbum, 24).

Affido alla protezione del “Doctor angelicus” l’équipe della “Revue thomiste”, i membri della famiglia domenicana e coloro che intraprendono la ricerca filosofica e teologica, discipline di cui la Chiesa e il mondo hanno particolarmente bisogno in quest’epoca. Li incoraggio a farsi sentinelle, per spargere nelle culture, in un linguaggio comprensibile ai nostri contemporanei, la Buona Novella della salvezza, per presentare la dottrina autentica del magistero e contribuire all’intelligenza della fede. Chiedo al Verbo divino, che è pienezza della rivelazione, che ci fa conoscere la verità ultima sul Padre e che ci comunica lo Spirito, di illuminare l’intelligenza e risvegliare i cuori, per portare ad una conoscenza sempre più approfondita di ciò che deve essere creduto, desiderato e compiuto. Concedo di cuore a tutti i partecipanti al Convegno di Tolosa, a quanti collaborano alla “Revue thomiste” e a tutti i frati domenicani, la mia benedizione apostolica.

Città del Vaticano, 11 marzo 1993

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